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Recensione
Cous cous


Ogni tanto si incontra un film che oltre a suscitare un interesse e un apprezzamento critico ed estetico risveglia un'emozione che riporta in superficie l'amore spassionato per il cinema. Questo è il caso di "Cous Cous", film del regista di origine tunisina Abdellatif Kechiche e in concorso al Festival di Venezia (dove per tutta la durata della Mostra era stato dato come favorito, ma invece del Leone d'Oro si è portato a casa il Premio Speciale della Giuria e il premio di Miglior Attrice Rivelazione a Hafsia Herzi). Proprio al Lido Kechiche aveva esordito nel 2000 con il suo primo lungometraggio, intitolato "Tutta colpa di Voltaire", nella Settimana della Critica.
Così come aveva già fatto ne "La schivata", Kechiche si avvale di un cast composto da attori non professionisti per raccontare una storia che coinvolge e commuove in maniera onesta e senza inutili orpelli. Una storia che vede come protagonista una numerosa famiglia magrebina che vive in Francia, esattamente nella cittadina portuale di Sete, situata nelle vicinanze di Montpellier. Una famiglia che deve vivere quotidianamente con problemi economici e litigi; all'interno di essa si nascondono problemi mal celati e che riaffiorano poco a poco dietro la facciata del pranzi domenicali. È il padre che riunisce, almeno apparentemente, tutti i membri della famiglia; dopo essere stato licenziato dal cantiere decide infatti di provare a realizzare il suo sogno, quello di aprire un ristorante su una nave per cucinare il cous cous. Ad aiutarlo nell'impresa, i suoi cinque figli, due maschi e tre femmine, la sua ex moglie, abile cuoca, ma anche la giovane figlia della sua nuova compagna. Per il padre il ristorante è il simbolo della ricerca di una vita migliore per la sua famiglia. L'impresa è quella di dare ai propri figli un motivo di unione e comunione di intenti.
I temi toccati nel corso del film sono tantissimi: dal lavoro precario alla famiglia come formazione ma anche disintegrazione di sé, dall'integrazione e convivenza tra diverse culture all'amicizia e la solidarietà. Tutto questo è raccontato in maniera intelligente attraverso un uso straordinario dei dialoghi: mai didascalici e mai esplicativi, non usano mai la facile scappatoia della rievocazione di eventi per caratterizzare i personaggi. La personalità e la specificità dei singoli protagonisti viene invece alla luce attraverso dei dialoghi lunghi ed articolati, dotati di una spontaneità e una naturalezza senza eguali. La loro lunghezza e le ripetizioni inseriti in essi riescono a tracciare e scavare profondamente dentro individui reali. Non sappiamo il loro passato, ma sappiamo chi sono. Vediamo gli avvenimenti nel loro divenire in sequenze assolutamente memorabili, come quella del dialogo tra madre e figlia sulla possibilità o meno di andare all'inaugurazione del ristorante. La maestria della regia in alcune scene è davvero esemplare: una su tutte, quella del pranzo domenica in famiglia, dove Kechiche fa un uso straordinario dei tanti personaggi presenti: la conduzione scenica e attoriale è semplicemente fantastica ed è capace di restituire la realtà. Lo spettatore è come se fosse seduto anche lui a tavola con i personaggi del film. I dialoghi inseriscono chi guarda nel flusso di una storia che non è narrazione, ma vita. Una vita intrisa di una profonda e commovente speranza: ed è difficile mantenere gli occhi asciutti sulla sequenza finale.

(2008-01-08)


  

SCHEDA FILM


(La graine et le mulet)
Francia, 2007, 151', 2008-01-11
  DETTAGLIO
 TRAMA
 CAST
 NOTA
 SITO ITALIANO
 SITO ORIGINALE
  IL DVD CompraBUY
uscita 2008-09-10,
dvd