Recensione
4 mesi, 3 settimane, 2 giorni
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4 mesi, 3 settimane, 2 giorni e 1 Palma d'Oro. Decisa all'unanimità dalla giuria per un film designato fin da subito dalla critica all'ultimo Festival di Cannes quale vincitore. Un titolo secco e programmatico per raccontare con silenzi, inquadrature fisse, piani sequenza e voci fuori campo la triste vicenda di un aborto clandestino nella Romania ai tempi di Ceausescu. Ma non solo. Con la sua opera seconda (la prima è "Occident", del 2002 presentato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes) il 39enne Cristian Mungiu ha voluto dire e dare molto di più: ha voluto scardinare ogni certezza, destabilizzare lo spettatore, incidere in profondità. Fatti e persone sono ritratti quasi in tempo reale, con modalità che talvolta rasentano l'irritazione per un racconto che mette sullo stesso piano temi drammatici e discorsi faceti. Un uso consapevole delle potenzialità della sintassi cinematografica che riflette quella del reale. Perché in fondo, la vita funziona proprio così: di fronte ai drammi più feroci si reagisce in modi inaspettati e contradditori. Lo dimostra è la 21enne Gabita, incinta di oltre 4 mesi e desiderosa di uscire da questa condizione: la sua è una disarmante ingenuità, che accumula errori su disattenzioni, mettendo a rischio la propria vita e la sicurezza dell'amica-complice Otilia. Nella disperazione si affidano al peggior praticante di aborti clandestini, lucratore di denaro e prestazioni sessuali, perché "tutto a questo mondo ha un prezzo". E allora, alla fine, quello che conta è liberarsi del problema ad ogni costo e rischio, ad eccezion fatta dei 5 o 10 anni di prigione che il signor Bebe si farebbe nel caso fosse scoperto. Per questo la raccomandazione non contempla mezzi termini: "Una volta espulso, non buttate il feto nel water perché intasa". Dopo 20 minuti di fatti e narrazione la scena si sposta nella famiglia di intellettuali snob del ragazzo di Otilia: i toni e i tempi non cambiano, ma i discorsi sono assorbiti dai festeggiamenti per il compleanno della madre di lui. La ragazza, in silenzio, assurge a coscienza universale, in uno smarrimento di senso che sembra pervadere chiunque, davanti e dietro lo schermo. Il momento cinematografico è altissimo. Il suo ritorno nella camera d'albergo dove l'amica - forse - ha compiuto la sua "interruzione" (così si esprimono le ragazze) sarà denso di nuovi significati. La tensione si riempie e si svuota come un'onda anomala, mentre si profila un finale a doppia uscita. "Non parleremo mai più di questo". Otilia e Gabita si osservano consapevoli che non c'è alternativa. Perché troppi traumi in un solo giorno comportano uno stress che solo la rimozione immediata e verbalizzata può aiutare a sopportare. Forse le due giovani rumene sanciranno eterno silenzio sul loro dolore, ma di "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni" si parlerà ancora, e a lungo.