Recensione
La Duchessa di Langeais
Passione, stile, rigore. Il tutto trasformato in arte dallo sguardo trasfigurante di un talento che non invecchia, benché ottantenne. Jacques Rivette ha catturato le sue prede e le ha chiuse in una splendida gabbia per oltre due ore, in cui le ha addestrate al gioco della seduzione che si fa pena damore sotto locchio vigile del suo nume tutelare Honoré de Balzac. Si parla de La Duchessa di Langeais, racconto dellautore della Commedia umana, che Rivette ha fatto proprio per realizzare di Ne touchez pas la hache (in Italia ha ripreso il titolo della fonte letteraria) rimanendovi aderente con maniacalità in un film che è puro godimento per i sensi e lintelletto. Vi si mettono in scena i sipari dellamour fou tra Antoniette de Navarreins consorte del Duca di Langeais e il generale Armand de Montriveau. Un colpo di fulmine, che assume nei giorni le tinte di un paranoico gioco di seduzione, condotto rispettivamente prima dalla donna, poi dalluomo. Gli ammiccamenti della Duchessa, civetta e mondana, catturano il militare che, umiliato dai costanti rifiuti della donna matura una vendetta psicologica che ricade fatalmente su entrambi. A nulla è valso lavvertimento Non toccare lascia. E mentre Armand respinge le lettere quotidiane di Antoniette, si assiste con empatia allo struggimento di lei, che diventa sofferenza e poi dolore insopportabile. Perché, si dice nel testo balzachiano, una donna innamorata diventa ingenua, vulnerabile fino alla distruzione. Per un errore del destino, troppo a lungo messo alla prova, i due amanti ancora virtuali non riescono a dar giustizia ai propri sentimenti e quando lultimo appuntamento a cui la straziata Duchessa invita Armand non viene da questi onorato, la donna saluta per sempre la vita mondana ritirandosi in clausura un convento spagnolo. Luomo, disperato, la cerca e la trova. Ma è troppo tardi, almeno in questa vita. Gli interpreti Jeanne Balibar e Guillarme Depardieu, animano il crescendo di questo tormento dei sentimenti con scene da manuale, specie la Balibar, già vista in Va Savoir. Il giovane Depardieu, dal canto suo, offre limmagine di un militare molto introverso e fin dallinizio tormentato, dando prova di essere degno di tanto cognome. La vicenda, per come Rivette ha scelto di rappresentarla, ha il naturale sapore del dramma teatrale ma la presenza ad intervalli delle didascalie - tratte dal testo originale - offrono un tocco ironico sullo sfondo tragico. La cura dello stile è onnipresente: straordinario lapparato scenografico ottenuto in location autentiche (palazzi francesi dellepoca) ed illuminato dalla splendida fotografia del veterano e amico William Lubtchansky.